Tra musica, radio e Locus. Una chiacchierata con Alberto Castelli

Il Locus 2017 ci ha regalato momenti di grande musica e di grande cultura. Largo Mazzini ha ospitato una serie di incontri con scrittori, giornalisti, musicisti, diventando un salotto in cui creare connessioni con il pubblico. Nello scorso weekend ho incontrato Alberto Castelli. Accento romano, occhiali da sole, eloquio fluente, ha tenuto delle vere e proprie lezioni di musica che forse non si vedono nemmeno nelle scuole e nelle università. Di recente ha collaborato alla collana di libri Soul Books, una serie di volumi contenenti le storie di grandi interpreti della musica Soul. Dopo averlo ascoltato parlare dell’impegno politico di James Brown, dell’eleganza di Otis Redding e del seducente mondo della Motown, ci siamo seduti su un muretto, tra le bianche pareti del centro storico di Locorotondo e sotto la luna piena, per fare una chiacchierata.

Noi a YesWeRadio abbiamo un programma che si chiama Soul Power

[sorride] Perfetto…

E ci è capitato che qualcuno ci abbia chiesto: quale album consiglieresti per iniziare ad ascoltare il Soul? Quali sono gli album che aprono le porte del Soul e dai quali si può partire per poi approfondire?

Allora: Sam Cooke “Night beat”, Ray Charles qualsiasi antologia del periodo Atlantic, James Brown qualsiasi antologia, Otis Redding “Otis Blue” del ’65, il primo album Atlantic di Aretha Franklin “I never loved a man the way i love you”, Marvin Gaye “What’s goin on” 1971, tutto Stevie Wonder dal ‘ 71 al ‘76 cioè da “Where I’m coming from” passando per “Music on my mind”, “Talkin book “, “Innervisions”, fino a “Fulfillingness' First Finale”, “Songs in the Key of Life” e poi ce ne siamo dimenticati almeno mille

Però questi già aprono un mondo…

Come diceva il titolo di un disco di Patty Austin prodotto da Quincy Jones: “In every home should have one”, cioè in ogni casa ce ne dovrebbe essere uno Mentre cosa ti piace della scena attuale? Cosa stai ascoltando in questo periodo? Per esempio ieri al Locus abbiamo ascoltato il concerto di Yussef Kamaal… Da un lato ci sono tutte queste cose, che hanno a che fare col jazz, della nuova generazione inglese, oppure Kamasi Washington. Mi piace molto Kendrick Lamar, D’Angelo…guarda adesso c’è una cantante e il suo disco, se non erro, è uscito un paio di giorni fa. Si chiama Sudan Archives, è molto brava, grandissima cantante

Giacché stavamo citando la dualità tra la scena inglese e la scena americana, cosa ne pensi di questa situazione con il Kamasi Washington da una parte e l’Inghilterra dall’altra che sembra un pentolone che ribolle di giovani musicisti?

Guarda, se ci pensi bene è successa la stessa cosa con il Rock n Roll e con il Rock, cioè il Rock l’hanno inventato gli americani ma gli inglesi l’hanno trasformato in arte. La musica nera, in generale, arriva ovviamente dall’America ma in Inghilterra ha sempre trovato grande interesse e grande passione. E poi, soprattutto, in Inghilterra a partire dalla seconda metà degli anni 60, c’è tutta la grandissima e profondissima influenza delle cose che arrivano dalla Jamaica. Perché c’era, e c’è tutt’ora, una grande comunità jamaicana. Alla fine viviamo in un mondo apparentemente senza confini, quindi qualcosa di bello può arrivare da Timbuktù, da New York…da Foligno [ride]…da qualunque parte, alla fine queste divisioni lasciano il tempo che trovano

Sono d’accordo, è una particolarità dalla quale siamo stati affascinati anche noi…

Considera che quando parli di musiche che hanno storie che attraversano diversi decenni e diverse generazioni, è chiaro che poi tutto diventa una sorta di albero enorme che si ramifica. Le radici sono sempre le stesse, ed è importante che siano solide e forti perché tengono tutto, però dopo può crescere qualsiasi cosa

Cambiando argomento: YesWeRadio è una web radio, tu cosa prevedi per la radio, cosa ci riserva il futuro? Qual è la tua analisi sul panorama radiofonico attuale e futuro?

La mia modesta analisi è che siamo già in un momento storico che alcuni chiamano, perché fa chic e non impegna, di media crossing, cioè diversi media uniti e che hanno come piattaforma di lancio e di diffusione internet. Io sono ferocemente contrario a far vedere, attraverso il web, la gente che fa radio. Io ormai ho una certa età, appartengo alla vecchia generazione, e per me il fascino della radio era anche e soprattutto il fatto che si ascoltasse della musica e poi una voce che però non vedevi. Questo accentuava quel clima di convivenza, comunità e mistero che è bellissimo. Generalmente quelli che parlavano alla radio avevano tutti voci bellissime ma poi…delusioni fortissime [dal punto di vista estetico n.d.r.]. Ti ripeto: tutta questa esasperazione dell’immagine o l’esasperazione del fatto che a un certo punto il programma radiofonico debba diventare per forza un programma televisivo mi ha sempre annoiato. È bello che ci siano tante web radio soprattutto perché ti permettono di ascoltare cose che nelle radio mainstream, quelle normali in FM, non ascolti; sotto questo punto di vista la web radio è ottima.

Poi tutto attualmente è molto veloce…

Infatti questo è un problema con il quale ci scontriamo perché una web radio che fa un programma anche, tutto sommato, breve, di un’ora, ha difficoltà a catturare a lungo l’attenzione dell’ascoltatore. Magari si può sperare nel download perché il vero interessato può scaricare la puntata e riascoltarla in macchina o su dispositivi portatili… Secondo me il futuro vero sarà quello delle radio satellitari. Cioè nel momento in cui si incrociano il digitale il dub e il satellite, si apre tutta un’altra partita. E’ difficile dire ora quale sarà il futuro di una cosa che è tutt’ora in crescita, non è definita. Magari tra un anno ci sarà un altro modello, un altro modo di fare la web radio, e poi un altro ancora. Ripeto: ormai è tutto molto veloce.

E invece per te è la prima volta al Locus Festival? No no no, c’ero già stato… Qual è stata l’evoluzione che hai notato, nell’arco degli anni, sia per quanto riguarda il festival che per quanto riguarda tutto il territorio?

Io trovo sia bello anche perché si integra molto bene nel territorio. Guarda, se non erro è il quarto o quinto Locus al quale partecipo sotto varie forme. La cosa bella è che c’è stato un cambiamento dal punto di vista dell’affluenza, quindi è un festival sempre più importante, sempre più conosciuto e sempre più popolare. Riesce, però, a mantenere un cast di artisti nel quale non ci sono grandi nomi del momento ma artisti che rappresentano bene la sonorità del momento e che diventeranno grandi nell’arco di poco tempo.

Infatti, abbiamo riconosciuto al Locus la capacità di precorrere i tempi invitando Gregory Porter prima che vincesse il GRAMMY e ancor prima Robert Glasper, Cody Chesnutt, Aloe Blacc che anche lui è stato nominato per un GRAMMY

Certo, è bella questa crescita su due strade, due prospettive: l’affluenza di pubblico e la qualità del cartellone, la qualità artistica.

Grazie, Alberto, è stato un piacere

Grazie a te!

Raimondo Romanazzi